Tito Sarrocchi nella bottega di Giovanni Dupré, Ritratto di Luigi Tonti

Cat. 1. Antonio Rizzo (bottega di)

Autore Antonio Rizzo (bottega di)
Dati anagrafici autore Verona 1430 circa - Cesena (?) post 1499
Titolo San Girolamo in un paesaggio
Datazione 1465-1475 circa
Materia e tecnica Marmo
Misure 54,5 × 39,5 × 7 cm
Iscrizioni, etichette, cartellini, timbri Nessuna
Acquisizione Legato Federico Zeri, 1998
Numero di inventario Inv. n. 98 ZR 00001
Numeri di inventario precedenti Sc. 127 (1998-2007); Sc. 130; Sc. 115; 1998 AC Sculture 00001 (2011-2012); 98 SC ZR001 (2012-2015)
Collocazione Non esposto

SOMMARIO

SCHEDA DI CATALOGO

Descrizione e iconografia

Il rilievo rettangolare raffigura San Gerolamo in preghiera all’interno di una grotta nella roccia (fig. 1). Il santo è inginocchiato al suolo, con i piedi puntati in una posa tensiva che lascia vedere le vene e i tendini tirati, oltre alle sottili stringhe dei sandali che si chiudono stretti attorno alle caviglie (fig. 2). Il muscoloso corpo dell’uomo è coperto da un leggero panneggio che gli cinge i fianchi e ricade sul terreno, annodato sull’anca destra, dove un lembo di stoffa si attorciglia alla corda che funge da cintura e, di fronte a lui, giace a terra un altro tessuto ripiegato, forse la camicia della quale si è appena spogliato. Con la mano destra tiene un sasso, stretto a mostrare le vene del dorso della mano gonfie, mentre la sinistra è aperta, a mostrare il palmo di fronte al teschio umano, poggiato su uno scalino di roccia, al quale San Gerolamo si rivolge (fig. 3-4). Ha barba e capelli costruiti per ciocche separate e leggermente mosse, il volto solcato da sottili rughe e il capo circondato dall’aureola in scorcio. La scena di preghiera si svolge in una grotta scavata nella roccia: all’interno, su una sorta di mensola naturale, sono poggiati due libri e un galero cardinalizio, mentre ai piedi del santo è accovacciato il mansueto leone; all’esterno, punteggiato di erbe e fiori incisi nel marmo, si scorgono sulla destra il Crocifisso (fig. 5), nel terreno, stagliato su uno spiraglio di cielo, con due arbusti vicini e il teschio verso il quale Gerolamo guarda. In basso a destra, poco di fronte al leone, la roccia si apre e sottili incisioni nel marmo tracciano la fisionomia di una sorgente d’acqua, che scorre verso sinistra, tra le erbe e i sassi del terreno.

San Gerolamo, originario di un paese dell’Istria (attuale Croazia) fu un dottore della Chiesa vissuto nel primo secolo dopo Cristo e fu colui il quale tradusse in latino l’Antico Testamento, in quella che oggi conosciamo come Vulgata. Proprio a questo alludono i libri che compaiono all’interno della grotta rocciosa. Vissuto tra Roma, Treviri e Aquileia, per poi andare in Oriente e infine ritirarsi in Calcide (Siria), vivendo da anacoreta. Condizione di vita isolata in mezzo alla natura, questa, alla quale spesso fanno riferimento le immagini, che lo ritraggono in contesti desertici e in compagnia del leone, per il quale la leggenda narra che divenne mansueto e rimase con il Santo dopo che questo gli tolse una spina dalla zampa, e spesso anche mentre stringe nella mano il sasso, mediante il quale si batteva il petto in segno di penitenza. Al termine della sua esperienza eremitica tornò a Roma, dove divenne segretario di papa Damaso I e a questo suo incarico è legata la tradizione iconografica di rappresentarlo abbigliato di rosso, colore cardinalizio, o con un galero (cappello a larga tesa) appoggiato al suo fianco nella grotta, come allusione a incarichi ufficiali e più formali assunti nell’Urbe. Solo dopo questo periodo romano Gerolamo si trasferì a Gerusalemme dove dedicò tutta la sua vita alla traduzione delle Sacre Scritture1.

Vicenda critica

Il primo a pubblicare la scultura fu Andrea Bacchi, nel 1989, come opera proveniente dal mercato antiquario e da ricondurre ad uno scultore non lontano dall’ambiente donatelliano, perché avvezzo a gestire e modulare piani anche molto sottili, proprio come faceva il maestro. Il San Gerolamo viene così avvicinato ai lavori veneti dello scultore fiorentino, i rilievi dell’altare della Basilica di Sant’Antonio a Padova, grazie ai quali, nel formato rettangolare, Donatello fu in grado di gestire grandi profondità ottiche in uno spazio fisico molto piccolo, illuminando i suoi allievi toscani, ma anche quelli veneti, nella tecnica dello stiacciato. Proprio per questa ragione lo studioso colloca il rilievo nell’ambito degli scultori prossimi al Donatello padovano e lo data attorno al 1460, quando il maestro era rientrato a Firenze da qualche anno e i lavori dell’altare del Santo stavano proseguendo grazie agli allievi e alle fucine rimaste attive in città2. All’interno di questo gruppo di scultori deve essere anche collocato il cosiddetto “Maestro di San Gerolamo”, un nome coniato da Leo Planiscig nel 1921 quando crea un nucleo di rilievi autonomi dedicati al santo e li lega all’ambiente donatelliano di Padova3. Stilisticamente, però, questi non combaciano con il rilievo Zeri.

Cautamente Bacchi, con l’assenso orale di Giancarlo Gentilini, propone per il marmo il nome di Bartolomeo Bellano, orafo padovano attento ai lavori veneti di Donatello e alla sua gestione del bassissimo rilievo, e documentato nella Basilica del Santo dal 14694. Il San Gerolamo Zeri potrebbe, quindi, appartenere agli esordi di Bellano, ancora non così permeato dello stile del maestro fiorentino5.

Se però osserviamo alcuni rilievi bronzei di Bellano, quali il Sacrificio di Isacco o Giuseppe venduto dai suoi fratelli lavorati e fusi per il coro della medesima basilica antoniana, vediamo come la modellazione delle rocce che compongono gli speroni sia completamente diversa dal marmo bergamasco: più simili a regolari scalini, marcate da linee orizzontali fluide, ben differenti dalle sfaccettature della grotta dell’eremita in marmo6. Anche la vegetazione, pur stilizzata, è resa in modo diverso, con un peculiare uso di alberelli con folte chiome voluminose, dissimili dalle foglioline che costruiscono i due arbusti nel marmo Zeri.

Attribuzione e datazione

L’attribuzione storica del rilievo in direzione padovana sembra però poter lasciare il campo ad una nuova proposta, che colloca invece il San Gerolamo nel contesto veneziano e nella bottega di Antonio Rizzo.

Di origine veronese, figlio di un mercante di marmo, a metà degli anni sessanta del Quattrocento è documentato a Venezia, al lavoro per gli altari di San Paolo e Giacomo nella Basilica marciana, una commissione prestigiosa che lo avvicina immediatamente alle più alte cariche del governo della Serenissima e, infatti, la sua carriera sarà da lì in avanti caratterizzata da grandi lavori per dogi (il Monumento funebre per il doge Tron, ad esempio) e per Palazzo Ducale (conclusione dell’Arco Foscari e Scala dei Giganti sotto i Barbarigo), del quale diventerà per un periodo anche proto, ovvero direttore esecutivo7.

In mancanza di documenti relativi al rilievo con San Gerolamo, che risulta una tipologia piuttosto frequente nella seconda metà del Quattrocento in area adriatica, sono i confronti con le opere di Rizzo e della sua bottega a permettere di legare il marmo a questo artista attivo a Venezia.

Tra 1465 e 1469 Rizzo realizzò due altari marciani, complesse edicole contenenti le statue dei santi corredate da paliotti scolpiti in bassorilievo. Se il complesso con San Giacomo termina, in basso, con un rilievo raffigurante festoni di fiori e frutti, è quello con San Paolo che nel paliotto offre un ottimo materiale di confronto con il marmo Zeri8 (fig. 6). Nel rilievo rettangolare è raffigurata la scena della conversione del santo, che sta per essere disarcionato dal cavallo imbizzarrito, mentre attorno a lui lo scultore costruisce un’ambientazione naturale, tra rocce, terreno brullo e qualche pianta (fig. 7). Nei due rilievi è affine il modo di costruire la posa angolata dei santi, poco naturali nelle diagonali e nel montaggio di braccia e gambe, ma è soprattutto il paesaggio a poter essere paragonato. Le scene si chiudono entrambe, in basso, con un una curva di roccia che accoglie la scena centrale e che, nel caso del santo bergamasco, delimita il rilievo anche in alto, data la natura del luogo dove visse Gerolamo. Ad avvicinare lo sguardo agli speroni rocciosi, si nota come si differenzino da quelli di Bellano, più lineari in senso orizzontale, ma salgono sfaccettati, sottolineando gole e punte con linee ammorbidite. Andando nel dettaglio di certi automatismi che l’artista ripeteva sempre uguali, si scorgono su queste rocce fratture a forma di Y (nel San Gerolamo quella più evidente è in corrispondenza della nuca del santo, nel rilievo marciano compaiono su tutta la linea inferiore), ma anche sassi tracciati con semplici linee incise nel marmo, sparsi tra ciuffi d’erba realizzati quasi meccanicamente in entrambi i rilievi, mediante cinque o sei semplici solchi che partono da una base orizzontale (fig. 8). Anche nella vegetazione i due lavori sembrano dialogare: gli sparuti alberelli del marmo Zeri si ritrovano, più rigogliosi, nel paliotto marciano, nel quale, soprattutto il piccolo arbusto in basso a destra, è costruito proprio come quelli ai piedi del Crocifisso del santo eremita, con un sottile tronco nodoso e una chioma con grandi foglie regolari.

Anche il modo di rendere le nuvole non è dissimile: solchi sottili sulla superficie piatta del marmo, tratti orizzontali appena accennati che creano ogive puntute e schiacciate l’una sull’altra, sulle quali torneremo a breve.

Con gli altari veneziani, e soprattutto con il volto di San Giacomo è possibile anche confrontare quello di San Gerolamo, seppur la superficie del rilievo sia in parte indebolita dal tempo (fig. 9-10). I due volti sono larghi, squadrati, percorsi da barba e baffi scomposti e caratterizzati dalla grande bocca semiaperta; i capelli sono scompigliati e resi con ciocche mosse e sollevate, tipiche dei lavori di Rizzo, e in entrambi sono marcate le rughe orizzontali sulla fronte, frutto di un’indagine anatomica alla quale l’artista non rinuncerà mai e che lo porta, anche nel piccolo spazio del rilievo bergamasco, a sottolineare le pieghe sotto le ascelle del santo, i peli sul petto, e perfino le vene delle mani e dei polsi. Le stesse vene che ritroviamo incise come ragnatele sulla mano sinistra del San Giacomo marciano, che stringe un libro, la cui coperta è pressoché identica a quelli sulla mensola del santo eremita.

Le stesse pieghe delle mani che vediamo anche in un altro lavoro di Rizzo cronologicamente vicino a questi, ovvero il tondo con la Madonna con Bambino del Rijksmuseum di Amsterdam, nel quale la mano della Vergine, offerta al pubblico tanto quanto quella di Gerolamo, è percorsa da pieghe incise e marcate dai residui di una patina stesa sul marmo che lo ha in parte tinto di toni caldi9 (fig. 11). Con lei, con il cielo alle sue spalle, il rilievo bergamasco condivide anche la semplicità della resa delle nuvole, che si raggruppano in poco realistici grumi di fettucce schiacciate e allungate. Con il tondo olandese il rilievo Zeri ha in comune anche la costruzione del panneggio, non tanto nella sottile veste aderente del Bambino o della Vergine, quanto più nel mantello di lei, in quella parte che ricade sulla cornice dell’oculo, ripiegandosi morbidissima in forme liquide che si attorcigliano cambiando direzione. Come è possibile notare anche nel mantello riportato di San Giacomo, che quando si appoggia alle gambe del santo si apre in forme rotondeggianti, così avviene, in misura minore a causa del minore aggetto, sulla gamba destra di San Gerolamo. Bellano costruiva i panneggi mediante angoli più rigidi e taglienti, ma è proprio il Rizzo della seconda metà degli anni Sessanta che scioglie le stoffe, creando pieghe e contropieghe fluide, in contrasto con l’accartocciarsi quasi metallico di quelle di Pietro Lombardo e anche con quelle lunari del toscano Nicolò di Giovanni Fiorentino, tutti attivi a Venezia negli stessi anni10.

Il rilievo con San Gerolamo deve probabilmente essere collocato nel decennio tra 1465 e 1475, non lontano dagli altari marciani e dal tondo ora nel museo di Amsterdam. Negli anni seguenti Rizzo, con l’ausilio della sua bottega, della quale faceva parte anche il nipote Giambattista Bregno, fu sempre più impegnato per le magistrature della Repubblica e nel grande cantiere di Palazzo Ducale, soprattutto come architetto, almeno fino al 1496, anno nel quale fuggì in Emilia-Romagna a causa dei gravi problemi relativi ai conti dei suoi lavori per il governo della Serenissima11.

Una tipologia

È indubbio come il culto di San Gerolamo abbia avuto una grande fortuna nel Quattrocento adriatico, allargandosi dalla terra d’origine del Santo, l’attuale Croazia, fino al Centro Italia, dove diviene protagonista di dipinti e sculture12. In area veneta non si contano le rappresentazioni del santo patrono degli studiosi, in quanto traduttore della Vulgata, immagini che presto divennero apparati decorativi di dimore private e, soprattutto, degli studioli all’interno di queste, dove il santo poteva essere ritratto sia come eremita, ma anche come studioso13.

Allontanandosi dal medium pittorico si incontrano comunque moltissime occorrenze di raffigurazioni di Gerolamo in scultura, sia che si tratti di metallo, o legno, o pietra. Accademia Carrara conserva diverse placchette dedicate al santo, molte prodotte in area veneta tra la metà del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, con rappresentazioni dell’eremita in paesaggi differenti, di formati più o meno grandi e probabilmente utilizzate come corredo di piccoli altari domestici, di mobili, di volumi14. Tra queste spicca per qualità una placchetta di ambito veneto, probabilmente attribuita a Bartolomeo Bellano, con il santo inginocchiato di fronte ad un altarolo costruito di blocchi di pietra e, alle sue spalle, tra la vegetazione, la facciata di una chiesa dietro la quale spicca il campanile15. Un rilievo in bronzo, questo, che dobbiamo immaginare avesse una funzione non dissimile dal San Gerolamo Zeri.

Formelle marmoree come quella qui discussa, erano frequenti in area fiorentina, come dimostrano quelle attribuite ad Antonio Rossellino o Desiderio da Settignano16, ma forse ancora di più in area veneta, dove debbono essere ricordate quelle di Nicolò di Giovanni Fiorentino, multipli della stessa invenzione, riprodotti dallo scultore stesso, o dalla sua bottega, per le destinazioni più diverse17 (fig. 12). Se le placchette bronzee, molto diffuse in area veneta, sono da pensare come oggetti portatili da devozione privata, eventualmente da montare su altaroli, per questi rilievi marmorei è necessario ragionare in maniera diversa. Erano personalizzabili, erano di dimensioni contenute, ma non erano da pensare come oggetti portatili, quanto più come rilievi da murare all’interno di cappelle private, o da montare in cornici lignee, ma con un livello di staticità ben maggiore di quello delle placchette bronzee, soprattutto a causa del loro peso. È lecito supporre una medesima destinazione per il San Gerolamo Zeri, forse immagine da devozione privata nello studiolo di qualche veneziano, o forse ex voto privato, destinato ad un luogo sacro, come quello ancora oggi al Giglio.

PROVENIENZA

Provenienza e storia museale

Provenienza: Roma, commercio antiquario.

Con il legato di Federico Zeri (1998), il rilievo è giunto all’Accademia Carrara, dove è stato esposto per alcuni anni, tra il 2000 e il 2008, al secondo piano del percorso espositivo, nella sala IV. Nel 2008, con la chiusura del museo per lavori di ristrutturazione, il rilievo è stato collocato nei depositi, per essere poi esposto, tra l’aprile 2015 e luglio 2022 nella sala I al primo piano del nuovo percorso espositivo. Nell’agosto 2022, con la chiusura del museo in preparazione di un nuovo allestimento inaugurato all’inizio dell’anno successivo, il marmo è stato collocato nei depositi, dove è tuttora custodito.

CONSERVAZIONE E RESTAURI

Stato di conservazione

In corso di redazione

Restauri

In corso di redazione

ESPOSIZIONI

Esposizioni

Il conoscitore d’arte. Sculture dal XV al XIX secolo della collezione di Federico Zeri, Milano, Museo Poldi Pezzoli, 10 marzo - 14 maggio 1989; Bergamo, Accademia Carrara, 3 giugno - 23 luglio 1989, cat. 1.

La donazione Federico Zeri. Cinquanta sculture per Bergamo, Bergamo, Palazzo della Ragione, 30 marzo - 25 giugno 2000, s.n.

Il capolavoro non esiste. L’universo Zeri dall’Accademia Carrara di Bergamo al presente, Bressanone, Museo Diocesano / Palazzo Vescovile, 13 maggio - 28 agosto 2011, cat. 3.

Sculture dalle collezioni Santarelli e Zeri, Roma, Fondazione Roma Museo, Palazzo Sciarra, 14 aprile - 1° luglio 2012, cat. I.25.

BIBLIOGRAFIA

Bibliografia

Andrea Bacchi, in Il conoscitore d’arte: Sculture dal XV al XIX secolo della collezione di Federico Zeri, catalogo della mostra (Milano, Museo Poldi Pezzoli, 10 marzo - 14 maggio 1989; Bergamo, Accademia Carrara, 3 giugno -23 luglio 1989), a cura di Andrea Bacchi, Milano, Electa, 1989, pp. 16-17 cat. 1 [Scultore dell’Italia settentrionale, 1460 circa: Bartolomeo Bellano?].

Italo Faldi, In famiglia. Le statue di Zeri, in «FMR», XIV, 70, aprile 1989, p. 70 [Ambiente Padovano; Bartolomeo Bellano?].

Andrea Bacchi, Francesco Rossi, in La donazione Federico Zeri. Cinquanta sculture per Bergamo, catalogo della mostra (Bergamo, Palazzo della Ragione, 30 marzo - 25 giugno 2000), a cura di Andrea Bacchi, Francesco Rossi, Bergamo, Accademia Carrara di Belle Arti, 2000, pp. 22-23 [Scultore dell’Italia settentrionale, 1460 circa: Bartolomeo Bellano?].

Francesco Rossi, La collezione di sculture di Federico Zeri: Donazione Accademia Carrara, Milano, Civica Biblioteca d’Arte, 2001, p. 6 [Scultore dell’Italia settentrionale].

Il capolavoro non esiste. L’universo Zeri dall’Accademia Carrara di Bergamo al presente, catalogo della mostra (Bressanone, Museo Diocesano/Palazzo Vescovile, 13 maggio - 28 agosto 2011), a cura di Maria Cristina Rodeschini, Paola Tognon, Torino, Allemandi, 2011, p. 74, n. 3 [Scultore dell’Italia Settentrionale, 1460 circa].

Stefano Petrocchi, in Sculture dalle collezioni Santarelli e Zeri, catalogo della mostra (Roma, Fondazione Roma Museo, Palazzo Sciarra, 14 aprile - 1° luglio 2012), a cura di Andrea De Marchi, Milano, Skira, 2012, pp. 60 (ill.), 131-132 cat. I.25 [Bartolomeo Bellano].

NOTE

Note

  1. In generale, sul santo, si veda Leopoldo Gamberale, San Gerolamo intellettuale e filologo, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 2013. ↩︎

  2. Andrea Bacchi, in Il conoscitore d’arte: Sculture dal XV al XIX secolo della collezione di Federico Zeri, catalogo della mostra (Milano, Museo Poldi Pezzoli, 10 marzo - 14 maggio 1989; Bergamo, Accademia Carrara, 3 giugno -23 luglio 1989), a cura di Andrea Bacchi, Milano, Electa, 1989, p. 16. ↩︎

  3. Leo Planiscig, Venetianische Bildhauer der Renaissance, 2 voll., Wien, Schroll, 1921, I, pp. 170-172. ↩︎

  4. Su Bellano si veda la voce del Dizionario Biografico degli Italiani di Francesco Cessi (vol. 7, 1970). ↩︎

  5. Andrea Bacchi, in Il conoscitore d’arte… cit. (nota 1), p. 16; Andrea Bacchi, Francesco Rossi, in La donazione Federico Zeri. Cinquanta sculture per Bergamo, catalogo della mostra (Bergamo, Palazzo della Ragione, 30 marzo - 25 giugno 2000), a cura di Andrea Bacchi, Francesco Rossi, Bergamo, Accademia Carrara di Belle Arti, 2000, p. 22, seguito dalla letteratura successiva. ↩︎

  6. Sui bronzi padovani di Bellano si veda Sarah Blake McHam, Bellano’s invention at the Santo, in The art of Sculpture in Fifteenth-century Italy, a cura di A.R. Bloch, D.M. Zolli, Cambridge, Cambridge University Press, 2020, pp. 203-218. ↩︎

  7. Sullo scultore si vedano la voce di Matteo Ceriana per il Dizionario Biografico degli Italiani (vol. 87, 2016) e il medaglione biografico in Anne Markham Schulz, The History of Venetian Renaissance Sculpture ca. 1400-1530, 2 voll., Brepols Publishers, Turnhout, 2017, I, pp. 151-175. ↩︎

  8. Sugli altari Matteo Ceriana, Gli altari di Antonio Rizzo per il doge Cristoforo Moro nella basilica marciana, in “Quaderni della Procuratoria”, 2022, pp. 118-190. ↩︎

  9. Stan Braam, Antonio Rizzo’s tondo of the Virgin and Child and the influence of Donatello, in “The Rijksmuseum bulletin”, 67, 4, 2019, pp. 332-339; ma già in Anne Markham Schulz, The History of… cit. (nota 6), p. 153 con bibliografia precedente (anche della stessa autrice). ↩︎

  10. Per tutti e per i confronti fotografici si faccia sempre riferimento a Anne Markham Schulz, The History of… cit. (nota 6). ↩︎

  11. Ancora Matteo Ceriana, in Dizionario Biografico… cit. (nota 6). ↩︎

  12. Ines Ivic, The Cult of Saint Jerome in Dalmatia in the Fifteenth and the Sixteenth Centuries, M.A. Thesis, Central European University, Budapest, 2016 e Ines Ivic, The “making” of a National Saint: Reflections on the Formation of the Cult of Saint Jerome in the Eastern Adriatic, in “Il capitale culturale”, 7, 2018, pp. 247-278. ↩︎

  13. Come nel caso della tavola di Antonello da Messina della National Gallery di Londra (inv. NG1418); per un altro San Gerolamo penitente nel deserto si faccia riferimento, ad esempio, al dipinto di Alvise Vivarini dell’Accademia Carrara di Bergamo (inv. 58AC00039). ↩︎

  14. Per le placchette si veda Francesco Rossi, La collezione Mario Scaglia. Placchette, 2 voll., Bergamo, Lubrina editore, 2011, I, p. 89, n. II.10; p. 111, n. III.7; pp. 170-171, n. V.3; pp. 279-280, n. VII.1. ↩︎

  15. Ancora Francesco Rossi, La collezione… cit. (nota 14), I, pp. 109-110, n. III.6 (ambiente di Bartolomeo Bellano). ↩︎

  16. Rispettivamente Metropolitan Museum di New York (inv. 2001.593) e National Gallery of Art di Washington (inv. 1942.9.113). ↩︎

  17. Si veda Anne Markham Schulz, The History of… cit. (nota 6), I, p. 144 e II, figg. 283-284. ↩︎

Tito Sarrocchi nella bottega di Giovanni Dupré, Ritratto di Luigi Tonti