SOMMARIO
SCHEDA DI CATALOGO
Descrizione e iconografia
Il busto immortala nel marmo un gentiluomo di giovane età (fig. 1), con il volto squadrato, la mascella pronunciata e gli zigomi alti; le labbra serrate e gli occhi grandi, privi però di iride e pupilla scolpite, ma ben delineati in forma di mandorla da rime e palpebre marcate, così come le sopracciglia, i cui peli increspano il marmo al limitare inferiore dell’alta fronte, impercettibilmente percorsa dalle rughe d’espressione (fig. 2). L’uomo porta sulla testa una berretta morbida quadriloba, la cui stoffa ricade in becchi pronunciati sia sul fronte che sul retro della scultura; da questo copricapo sbucano, solo davanti alle orecchie, ciuffi di capelli compatti.
L’abbigliamento è stratificato. Una sottile camicia si intravede in corrispondenza del collo, stretta da una pesante veste orlata che ricade fino al petto in pieghe profonde e regolari, e sopra il tessuto, a coprire le spalle, è scolpita una cappa di pelliccia risvoltata. Nello strato inferiore la si vede liscia, con solo il bordo di pelliccia, mentre in quello superiore il pelame è rivolto all’esterno e reso con colpi regolari di scalpello che rendono vibrante la pietra.
Il busto poggia su un piedistallo cilindrico modanato, privo di qualunque iscrizione, che nasce separato dalla scultura e a questa è incollato tramite stucco.
Vicenda critica
La storia critica di questo busto si limita alla sola pubblicazione di Bacchi relativa al momento della donazione delle sculture all’Accademia Carrara, nella quale lo studioso ricorda come fu lo stesso Federico Zeri a collocare il pezzo nella Roma di metà Cinquecento e ad avvicinarlo alle sculture della Cappella Cesi in Santa Maria della Pace a Roma, realizzate da Vincenzo de’ Rossi per la famiglia romana che diede i natali a illustri uomini d’armi e di chiesa1.
Proprio in relazione a questo rapporto, ma probabilmente anche in virtù del foro di aggrappo che la scultura presenta sul retro, e al piedistallo aggiunto (fig. 3), Bacchi ipotizza una possibile provenienza da un monumento sepolcrale. Tipica della metà del Cinquecento nel contesto romano è, infatti, la forma di tomba recante il busto del defunto inserito all’interno di un clipeo e corredato da un’epigrafe cum tituli.
Attribuzione e datazione
Il legame con le sculture della cappella Cesi a Roma,
proposto da Zeri e da Bacchi, è senza dubbio la strada
più appropriata da percorrere per cercare di indagare
il busto marmoreo.
Situata nella chiesa romana di Santa Maria della Pace,
la cappella Cesi racchiude un concentrato di Maniera
declinata in pittura e scultura. Fu acquisita da
Agnolo Cesi nel 1515 per la famiglia e già nel 1518
morì Franceschina Cardoli (o Carduli), sua moglie e
madre dei loro tredici figli, dando la spinta
all’inizio dei lavori per la decorazione del luogo
dove sarebbe stata tumulata. All’inizio degli anni
Venti cominciarono le campagne di decorazione della
cappella, progettata da Antonio da Sangallo il Giovane
e affrescata, nel lato affacciato sulla navata, da
Rosso Fiorentino in quello stesso 1524 nel quale si
colloca anche la commissione a Simone Mosca dei
pilastri e delle zoccolature decorative in marmo,
finiti poi in anni ben successivi2.
Agnolo morì nel febbraio del 1528, ma i sepolcri suoi e della moglie furono realizzati solo molti anni più avanti, a partire dal 1554, ad opera del fiorentino Vincenzo de’ Rossi, come ricordano sia Giorgio Vasari che Vincenzo Borghini3. Tra quell’anno e il 1560, con alcune pause dovute ad incarichi pontifici, lo scultore toscano avrebbe realizzato i bellissimi demi-gisant di Agnolo e Franceschina, i cui volti furono desunti giocoforza da maschere funebri evidentemente tratte qualche decennio prima e conservate dalla famiglia. Entro archi con lunettoni scolpiti (Dio Padre sopra di lui, la Madonna con Bambino per lei), i due defunti sono semisdraiati con il gomito piegato a reggere la testa con la mano: la donna, velata, adagiata su un letto con due cuscini, ha gli occhi chiusi, mentre stringe i grani del rosario; l’uomo, nella stessa posizione, stringe nella mano i guanti, ed è semidisteso su un letto fatto di libri (fig. 1-2).
È proprio tra il ritratto di Angelo Cesi e il busto Zeri che si può istituire un confronto (fig. 3). Con la scultura romana il busto bergamasco condivide la forma del volto squadrata e certi tratti come le sopracciglia marcate, o le labbra serrate, lunghe e strette, o ancora le rughe naso-labiali che delimitano e sollevano le guance e gli zigomi (questi ultimi marcatissimi nel ritratto del defunto, proprio perché tratto da una maschera mortuaria). Ma è la veste, con i suoi dettagli, l’elemento che dimostra come lo scultore che realizzò il busto dovesse avere ben presente il demi-gisant. Entrambi presentano stola di pelliccia portata risvoltata in doppio strato, e lavorata con il medesimo modus operandi, ovvero con colpi secchi a tracciare le ciocche del pelame. Nel busto lo scultore si premurò anche di copiare l’ulteriore piega verso l’alto della stola, in una diagonale che dalla spalla sinistra dell’effigiato arriva fino al suo petto, rendendo ancora più sottolineato il lavorio sulla stoffa.
Il busto Zeri non può essere attribuito a Vincenzo de’ Rossi, scultore che nei suoi ritratti è certamente più vibrante (si veda ad esempio il suo Umberto Strozzi), ma nel realizzare il ritratto ora a Bergamo doveva avere sottocchio l’Angelo Cesi dal quale ha tratto ispirazione per il suo gentiluomo. Se iconograficamente è aderente al defunto, dal punto di vista stilistico è invece più rigido e raggelato, più semplificato e meno profondo nella penetrazione psicologica, quasi più affine alle algide sfingi che sorreggono le casse di marmo grigio screziato dei coniugi Cesi (fig. 4-5). Stando alla critica, nel cantiere della cappella Cesi, protrattosi per diversi anni, tornò a lavorare in una fase avanzata Simone Mosca e chissà se una migliore messa a fuoco del catalogo dello scultore4, con i suoi volti raggelati e dagli sguardi vacui, possa fare posto anche al busto Zeri.
Prelato o gentiluomo?
A partire dalla donazione di Zeri al museo, la didascalia del busto ha sempre recitato “Busto di prelato”, perché le caratteristiche iconografiche della veste portavano effettivamente in quella direzione. Il copricapo a più punte non è dissimile dal tricorno, la tipica berretta utilizzata dal clero che vedeva cambiare il suo colore a seconda del rango o dell’occasione; la sottile camicia potrebbe essere l’alba utilizzata dai prelati sotto le vesti talari, mentre la pelliccia è stata letta come una mozzetta di ermellino, indumento che in determinate cerimonie era soprammessa all’ampia veste a pieghe regolari. La totale aderenza delle vesti dell’effigiato con quelle del defunto Angelo Cesi, che tutto era tranne un uomo di chiesa5, fanno però vacillare questa interpretazione e allargano il campo delle ipotesi, portando la didascalia ad un ancora più generico “Busto di gentiluomo”.
PROVENIENZA
Provenienza e storia museale
Provenienza: nulla è noto circa la provenienza del busto che viene registrato nella collezione di Federico Zeri nel 2000, ma non nel 1989.
Storia museale: dall’anno della donazione (2000) la scultura fu esposta in museo nel cosiddetto Salone dell’Alcova, assieme al resto della collezione, per poi essere spostata in deposito tra il 2008 e il 2015 quando il museo fu chiuso per i lavori di ristrutturazione dell’edificio. Tra il 2015 e il 2022 fu nuovamente esposta nel grande salone del secondo piano con le altre opere di Zeri. Nel 2022, infine, è stata collocata in deposito, dove oggi si conserva.
CONSERVAZIONE E RESTAURI
Stato di conservazione
In fase di redazione
Restauri
In fase di redazione
ESPOSIZIONI
Esposizioni
La donazione Federico Zeri. Cinquanta sculture per Bergamo, Bergamo, Palazzo della Ragione, 30 marzo - 25 giugno 2000, s.n.
Il capolavoro non esiste. L’universo Zeri dall’Accademia Carrara di Bergamo al presente, Bressanone, Museo Diocesano / Palazzo Vescovile, 13 maggio - 28 agosto 2011, cat. 48.
BIBLIOGRAFIA
Bibliografia
Andrea Bacchi, Francesco Rossi, in La donazione Federico Zeri. Cinquanta sculture per Bergamo, catalogo della mostra (Bergamo, Palazzo della Ragione, 30 marzo - 25 giugno 2000), a cura di Andrea Bacchi, Francesco Rossi, Bergamo, Accademia Carrara di Belle Arti, 2000, pp. 28-29 [Scultore attivo a Roma, metà del XVI secolo].
Federico Zeri, La costellazione del falso. Conversazioni a cura di Marco Dolcetta, Milano, Rizzoli, 2000, p. 107 (ill.) [Senza indicazioni].
Il Capolavoro non esiste. L’universo Zeri dall’Accademia Carrara di Bergamo al presente, catalogo della mostra (Bressanone, Museo Diocesano / Palazzo Vescovile, 13 maggio - 28 agosto 2011), a cura di Maria Cristina Rodeschini, Paola Tognon, Torino, Allemandi, 2011, p. 92, cat. 48 [Scultore attivo a Roma, metà del XVI secolo].
NOTE
Note
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Andrea Bacchi, in La donazione Federico Zeri. Cinquanta sculture per Bergamo, catalogo della mostra (Bergamo, Palazzo della Ragione, 30 marzo - 25 giugno 2000), a cura di Andrea Bacchi, Francesco Rossi, Bergamo, Accademia Carrara di Belle Arti, 2000, p. 28. ↩︎
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Sulla cappella: Günter Urban, Die Cappella Cesi in S. Maria della Pace und die Zeichnungen des Antonio da Sangallo, in Miscellanea Bibliothecae Hertzianae: zu Ehren von Leo Bruhns, Franc Graf Wolff Metternich, Ludwig Schudt, München, Verlag Anton Schroll & Co., 1961, pp. 213-238; Regine Schallert, Studien zu Vincenzo de’ Rossi: die frühen und mittleren Werke (1536-1561), Hildesheim, Olms, 1998, pp. 155-201 e pp. 242-247; Federica Kappler, Su Simone Mosca in Santa Maria della Pace, in “Horti Hesperidum”, 6, 2016, I, pp. 253-261. Sulla chiesa, in generale, anche Santa Maria della Pace in Roma: storia urbana e vicende artistiche tra XV e XVII secolo: costruzione, trasformazioni, restauri, rilievi, a cura di S. Benedetti, L. Carlevaris, M.G. Ercolino, Roma, Artemide, 2022. ↩︎
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Sullo scultore, con i riferimenti puntuali alle fonti cinquecentesche, si veda la voce di Alessandra Giannotti nel Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 88, 2017. ↩︎
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Regine Schallert, Studien zu Vincenzo de’ Rossi… cit. (nota 2), pp. 175-180 conduce una disamina sulle sfingi reggi-sarcofago identificandone una diversa dalle altre e avanza sia il nome di Mosca, tornato in cantiere, sia l’ipotesi che possa essere intervenuto un terzo scultore, ad oggi sconosciuto. ↩︎
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Era nipote del condottiero Bartolomeo D’Aviano, fu luogotenente generale dello Stato della Chiesa, senatore della città di Roma. Pietro Ricordati Calzolari, Historia monastica di D. Pietro Ricordati già Calzolari, da Buggiano di Toscana (…), in Roma, appresso Vincenzio Accolti, 1575, pp. 322-323 e Regine Schallert, Studien zu Vincenzo de’ Rossi… cit. (nota 2), pp. 158-159, nota 63. ↩︎