SOMMARIO
SCHEDA DI CATALOGO
Descrizione e iconografia
La scultura lignea (inv. n. 98 ZR 00028) rappresenta David, re di Giudea e Israele, raffigurato stante e a grandezza naturale, mentre tiene la mano sinistra sul petto, in segno di raccoglimento, e, sempre a sinistra, volta la testa di scatto, mostrando il profilo del suo volto. Ha barba e capelli resi tramite voluminose ciocche rigonfie e stretti sulla testa da una corona a più punte decorata sulla fronte con tre gemme ovali (fig. 1). È abbigliato con una veste liscia, stretta in vita da un cordone e lunga appena sotto le ginocchia, dove termina con una fascia ricamata con un motivo a fiori racchiusi entro ovati. Sopra la veste porta un ampio mantello, aperto sul davanti e con i bordi lavorati a volute che intrecciano fiori e motivi vegetali, completato con una mantella, a foggia di mozzetta, di pelliccia di ermellino, lavorata a solchi regolari, intervallati da ciocche più spesse (che nel colore sarebbero state nere sul fondo bianco). Su questa cappa di pelliccia si distingue una lunga catena, appoggiata sulle spalle, che termina sul petto con un medaglione, sul quale si scorge il profilo di un imperatore romano loricato e dotato di corona di alloro a cingergli il capo (fig. 2). La mano sinistra è portata sul petto, con le dita tese e aperte, e sul dorso della stessa mano si intravedono marcati i tendini e le vene. La destra stringe la testa di un putto, che risulta essere la decorazione sommitale di un’arpa che David tiene alla sua destra, appoggiata alla gamba e che termina in basso con una voluta, proprio all’altezza dei piedi del re (fig. 3). Questi indossano elegantissimi calzari che lasciano in vista le dita e che sono stretti sulla caviglia e sul polpaccio con dei lacci, e terminano, in alto, con protomi ferine dalle lunghe orecchie.
Meno diffusa di quella che lo vede giovane uccisore di
Golia, la raffigurazione di re David con l’arpa lo
ricorda come saggio musico e profeta, perché, una
volta divenuto monarca, era solito intrattenersi allo
strumento, adoperato per cantare le lodi di Dio,
ispirato dallo Spirito Santo, tanto da essere
ritenuto, per tradizione, il compositore di molti dei
componimenti contenuti nel Libro dei Salmi. In chiave
politica questa raffigurazione di David diventa anche
emblema del governo buono e saggio di un re virtuoso
che regna nell’armonia di tutte le componenti dello
stato.
Il retro della scultura è parzialmente scavato e
presenta un grosso foro di ancoraggio sulla destra.
Fa coppia con David la statua femminile (inv. n. 98 ZR 00029) identificata talvolta come Betsabea, compagna del re d’Israele, talvolta come una Sibilla, in virtù del cartiglio che regge nella mano sinistra, con parole tratte dal secondo dei sette Salmi penitenziali (32;5). Traducibile come “Ti ho manifestato il mio peccato” è ricollegabile proprio al peccato commesso da David e Betsabea, ovvero l’adulterio consumato e l’omicidio del marito di lei, l’ittita Uria.
La donna è raffigurata stante, con la mano destra sul petto in un accorato segno di devozione, ed è avvolta in una casta veste liscia che la copre dal collo fino ai piedi, rimborsata in più punti dove il tessuto si gonfia e si ritorce, come sul ventre, forse allusione alla prole che genererà con re David. Anche le maniche sono lunghe e rimborsate e lasciano scoperte solo le mani, una delle quali stringe appunto il cartiglio con le parole latine incise in lettere capitali (fig. 4). Restano scoperti anche i piedi, scostati a far intuire il peso sul sinistro e il destro leggermente più retrocesso, con dei calzari che si intuiscono appena sopra le dita affusolate.
Il volto, girato verso la sua destra, è incorniciato da un’acconciatura classica: trecce annodate in forma di fiocco creano volume sulla parte più alta della testa, come nelle statue antiche, mentre ciocche ondulate di capelli scendono lateralmente fino a chiudersi sulla nuca in un voluminoso chignon che lascia poi cadere sulla spalla destra fluenti masse di capelli sciolti (fig. 5).
Come la precedente, anche questa scultura è parzialmente cava sul retro e presenta diversi fori di ancoraggio, oltre ai chiodi utilizzati per unire le diverse parti aggiunte.
Vicenda critica
Il primo a rendere note le sculture fu Willem Bergé nel 1986, quando all’interno della monografia sull’artista Jacques Bergé segnalò l’esistenza delle due figure lignee a grandezza naturale, ma le riferì a un intagliatore anonimo vicino a Hendrick Frans Verbrugghen, seppur realizzate a partire da modelli di Bergé, ma non di mano del maestro1. I modelli plasmati dallo stesso Jacques, infatti, esistevano in forme di figurette in terracotta di circa 40 centimetri di altezza, e proprio quello del David era stato esposto alla Heim Gallery di Londra nel 19682 (fig. 6), dotato di firma dello scultore fiammingo e della data. Questo ritrovamento non bastava allo studioso, che non ravvedeva nelle statue lignee la stessa mano del modello fittile e avanzava altre proposte attributive pur ipotizzando che le due sculture potessero far parte di un complesso diretto da Bergé stesso, come la decorazione dell’abbazia di Dielegem, non lontano da Bruxelles3.
Quando Andrea Bacchi pubblicò nuovamente le due opere nei cataloghi della raccolta di Zeri chiarì come per il collezionista, e per lui stesso, non vi fossero dubbi circa l’attribuzione a Bergé, sia in virtù del rapporto con la terracotta firmata (nel 1989 la scultura si trovava in una collezione privata di New York), sia per confronto con le numerose opere lignee realizzate dallo scultore belga per decorare altrettanti edifici sacri nell’area delle Fiandre4.
Le pubblicazioni che hanno seguito la scheda di Bacchi non hanno messo in discussione l’attribuzione, confermandola senza riserve5.
Attribuzione e datazione
La terracotta firmata e datata è tornata sul mercato (figg. 7-8) e si trova attualmente (luglio 2026) presso un mercante di Atlanta, in Georgia (US)6. Misura 37x14x11 centimetri e le immagini a colori ne restituiscono un’opera molto sofferta dal punto di vista conservativo e in parte coperta da uno strato di tempera bianco-azzurra che ottunde parzialmente la superficie. Il confronto tra terracotta e statua lignea, però, permette di confermare ancora una volta come la prima sia da considerare il modello per la seconda, anche nei particolari decorativi della veste, esplosi in dimensione nel legno, ma sempre a partire dall’invenzione fittile.
Anche il volto di David si riflette nei due materiali, in particolari come le arcate sopraccigliari, che si incurvano acute appena sopra il naso, o le fluenti ciocche che costituiscono la barba, in flussi unificati e sinuosi, soprattutto nel ciuffo di destra (rispetto a chi guarda), che si solleva a contrasto con quello di sinistra, che scende invece verso il collo (figg. 1, 9).
Questo recente passaggio sul mercato permette anche di confermare la presenza sotto il bozzetto della firma dello scultore nella forma corsiva “J(acques). Bergè f(ecit).” (fig. 10) e della data 1738 incisa sotto il nome dell’artista e, quindi, confermare a lui con certezza l’attribuzione almeno del David.
Nella produzione dello scultore fiammingo, così come in quella degli scultori che lavoravano per i grandi cantieri religiosi in quel torno d’anni, era prassi realizzare modelli in terracotta in piccolo formato da mostrare ai committenti per l’approvazione, ideazioni fittili che poi venivano trasposte in legno o in marmo sicuramente anche con l’aiuto della bottega, che dobbiamo immaginare affollata di garzoni e altri maestri dei quali spesso non vengono tramandati i nomi. Molti di questi modelli popolano oggi le collezioni dei musei europei e permettono di riscontrare una certa uniformità nella prassi esecutiva di Bergé: si guardino, solo per fare riferimento ai bozzetti per statue, e non a quelli per i rilievi, L’innocenza (inv. 1431), Vertumno (inv. 1430) e Papa Gregorio I (inv. 2093) del Musée Royaux des Beaux-Arts de Belgique, datate rispettivamente 1734, 1735, 1732, un torno d’anni molto vicino a quello della coppia David-Betsabea7. I modelli insistono tutti su un piccolo piedistallo quadrangolare dell’altezza di circa un centimetro e si sviluppano in verticale per circa 40 centimetri ognuno. Hanno un ottimo grado di finitezza, nelle superfici lisciate, nei panneggi ben delineati, nei capelli sempre conclusi, proprio perché fosse possibile a tutti i lavoranti della bottega collaborare nell’intaglio del lavoro definitivo.
Nato a Bruxelles e formatosi tra Parigi e Roma, Jacques Bergé divenne celebre una volta tornato in patria proprio per la capacità appresa in Italia di aggiornarsi sul barocco romano e iniziò a lavorare per i grandi cantieri nel Brabante ai quali operò intensamente tra 1731 e 1738, tra i quali spicca la grande Abbazia du Parc a Lovanio8, ancora in parte conservata, o quelle di Ninove (fino al 1753)9 e forse Affligem10, nonché commissioni pubbliche a Bruxelles.
A questa fase risale una parte importante della
produzione dello scultore, tra cui anche i modelli
fittili per Aronne (inv. 30A;
fig. 11) e Melchisdec (inv.
30B) della Collezione Van Herk11, che condividono davvero moltissimo con le sculture
lignee di Zeri. L’impostazione verticale e possente
tipica della statuaria barocca di Bergé, il ricadere
regolare dei panneggi, scostati all’altezza delle
ginocchia dal leggero movimento della figura, i gesti
eloquenti e teatrali costruiti mediante la posizione
delle mani e la fluente barba che incornicia il volto
di Davide così come quello di Aronne. Così come
nell’Innocenza si riconoscono i tratti che
saranno della Betsabea, nella costruzione
dell’acconciatura nel lungo collo torto verso destra e
perfino nella testa del putto che le siede vicino,
così simile a quello sulla cima dell’arpa di David.
Anche le due sculture lignee un tempo appartenute a
Zeri provengono probabilmente da uno dei grandi
cantieri abbaziali fioriti tra Belgio e Paesi Bassi,
alcuni dei quali furono in parte distrutti e poi
riconvertiti tra la fine del Settecento e l’inizio
dell’Ottocento e molti degli arredi lignei andarono
dispersi12.
PROVENIENZA
Provenienza e storia museale
Provenienza: Le informazioni relative alla storia collezionistica delle due sculture si ricavano dalle schede di Bergé (1986) e poi Bacchi (1989), probabilmente desunte da comunicazioni orali dello stesso Zeri. Provenivano da una collezione privata inglese, per poi passare tra le opere dell’antiquario Giovanni Salocchi (1901-1984) a Firenze. Qui le acquisì Vittorio Cini, in una data che non è possibile mettere a fuoco13 e solo successivamente raggiunsero la villa di Mentana. Nel 1986, quando vennero pubblicate da Bergé, le sculture erano già di proprietà di Federico Zeri.
Storia museale: Sala XVI (2000-2008).
CONSERVAZIONE E RESTAURI
Stato di conservazione
In fase di redazione
Restauri
In fase di redazione
ESPOSIZIONI
Esposizioni
Il conoscitore d’arte. Sculture dal XV al XIX secolo della collezione di Federico Zeri, Milano, Museo Poldi Pezzoli, 10 marzo - 14 maggio 1989; Bergamo, Accademia Carrara, 3 giugno - 23 luglio 1989, cat. n. 17a-b.
La donazione Federico Zeri. Cinquanta sculture per Bergamo, Bergamo, Palazzo della Ragione, 30 marzo - 25 giugno 2000, s.n.
Il capolavoro non esiste. L’universo Zeri dall’Accademia Carrara di Bergamo al presente, Bressanone, Museo Diocesano / Palazzo Vescovile, 13 maggio - 28 agosto 2011, cat. n. 28 e 30.
BIBLIOGRAFIA
Bibliografia
Willem Bergé, Jacques Bergé: Brussels beeldhouwer, 1696-1756, Bruxelles, Koninklijke Academie voor Wetenschappen, Letteren en Schone Kunsten van België, 1986, p. 239 n. 3-4 (ill. 49-50) [Scultore anonimo vicino a Hendrick Frans Verbrugghen].
Andrea Bacchi, in Il conoscitore d’arte: Sculture dal XV al XIX secolo della collezione di Federico Zeri, catalogo della mostra (Milano, Museo Poldi Pezzoli, 10 marzo - 14 maggio 1989; Bergamo, Accademia Carrara, 3 giugno - 23 luglio 1989), a cura di Andrea Bacchi, Milano, Electa, 1989, pp. 48-49 cat. n. 17a-b.
Italo Faldi, In famiglia. Le statue di Zeri, in «FMR», XIV, 70, aprile 1989, pp. 78-80 [Jacques Bergé].
Andrea Bacchi, Francesco Rossi, in La donazione Federico Zeri. Cinquanta sculture per Bergamo, catalogo della mostra (Bergamo, Palazzo della Ragione, 30 marzo - 25 giugno 2000), a cura di Andrea Bacchi, Francesco Rossi, Bergamo, Accademia Carrara di Belle Arti, 2000, pp. 64-65.
Accademia Carrara di Belle Arti. Guida alla visita e Catalogo delle opere esposte, a cura di Francesco Rossi, presentazione di Rossana Bossaglia, Bergamo, Bolis, 2003, p. 111 [Jacques Bergé].
Il capolavoro non esiste. L’universo Zeri dall’Accademia Carrara di Bergamo al presente, catalogo della mostra (Bressanone, Museo Diocesano/Palazzo Vescovile, 13 maggio - 28 agosto 2011), a cura di Maria Cristina Rodeschini, Paola Tognon, Torino, Allemandi, 2011, pp. 84-85 cat. n. 28 e 30.
NOTE
Note
-
Willem Bergé, Jacques Bergé: Brussels beeldhouwer, 1696-1756, Bruxelles, Koninklijke Academie voor Wetenschappen, Letteren en Schone Kunsten van België, 1986, p. 239, nn. 3-4. La copia del volume conservata presso la Biblioteca Federico Zeri di Bologna conteneva anche una lettera dello stesso Bergé a Zeri (3 novembre 1987, ora estrapolata dal libro e conservata separatamente in archivio; ringrazio Virna Ravaglia per la ricerca) mediante la quale ribadiva con fermezza la sua idea circa il non attribuire le sculture di Zeri al fiammingo, perché troppo diverse dal modello firmato. ↩︎
-
Baroque paintings, sketches and sculptures for the collector: autumn exhibition 6 November-23 December 1968, Heim Gallery, London, n. 84. Pur conoscendo il catalogo della vendita Heim, perché cita la data presente sul bozzetto, Bergé (Jacques Bergé… cit. nota 1, 1986, p. 239) non cita la pubblicazione relativa. ↩︎
-
Ancora W. Bergé, Jacques Bergé… cit. (nota 1), 1986, p. 232, n. 81 su questo complesso e i confessionali scolpiti da Bergé ora in parte perduti. ↩︎
-
Andrea Bacchi, in Il conoscitore d’arte: Sculture dal XV al XIX secolo della collezione di Federico Zeri, catalogo della mostra (Milano, Museo Poldi Pezzoli, 10 marzo - 14 maggio 1989; Bergamo, Accademia Carrara, 3 giugno - 23 luglio 1989), a cura di Andrea Bacchi, Milano, Electa, 1989, pp. 48-49, n. 17. ↩︎
-
Italo Faldi, In famiglia. Le statue di Zeri, in «FMR», XIV, 70, aprile 1989; A. Bacchi, in Il conoscitore d’arte… cit. (nota 4), 1989, pp. 48-49, n. 17; Francesco Rossi, in La donazione Federico Zeri. Cinquanta sculture per Bergamo, catalogo della mostra (Bergamo, Palazzo della Ragione, 30 marzo - 25 giugno 2000), a cura di Andrea Bacchi, Francesco Rossi, Bergamo, Accademia Carrara di Belle Arti, 2000, pp. 64-65; Accademia Carrara di Belle Arti. Guida alla visita e Catalogo delle opere esposte, a cura di Francesco Rossi, presentazione di Rossana Bossaglia, Bergamo, Bolis, 2003, p. 111; Il capolavoro non esiste. L’universo Zeri dall’Accademia Carrara di Bergamo al presente, catalogo della mostra (Bressanone, Museo Diocesano/Palazzo Vescovile, 13 maggio - 28 agosto 2011), a cura di Maria Cristina Rodeschini, Paola Tognon, Torino, Allemandi, 2011, pp. 84-85 cat. n. 28 e 30. ↩︎
-
[https://www.1stdibs.com/it/arredi/complementi-darredo/sculture/sculture-figurative/importante-scultura-di-david-david-1736-di-jacques-bergé-fiammingo-1693-1756/id-f\_46013512] ↩︎
-
[https://fine-arts-museum.be/fr/la-collection/jacques-berge-linnocence?artist=berge-jacques] ↩︎
-
Jozef Evermodus Jansen, L’abbaye norbertine de Parc-le-Duc. Huit siècles d’existence (1129-1929), Malines, H. Dessain, 1929. ↩︎
-
Ernest Soens, De kerk van Ninove en haar meubilair, in “Bulletin der Maatshappij van Geschied en Oudheidkunde te Gent Bron”, VIII, 1907, pp. 215-258. e Elisabeth Dhanens**,** Inventaris van het kunstpatrimonium van Oost-Vlaanderen, XI, De Onze-Lieve-Vrouwkerk te Ninove, Gent, Provinciebestuur Oost-Vlaanderen, 1980. Sul programma iconografico anche Willem Bergé, De iconografie van de vormalige abdijkerk te Ninove, in “Archivum artis lovaniense”, 1981, pp. 358-387. Su Ninove anche W. Bergé, Jacques Bergé… cit. (nota 1), 1986, pp. 144-169. ↩︎
-
W. Bergé, Jacques Bergé… cit. (nota 1), 1986, pp. 64-68 e Wilfred Verleyen e Luc van Eeckhoudt, Iconografie van de Sint-Pieters- en Paulusabdij Affligem, Nieuwerkerken-Waas, 1990. ↩︎
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17th and 18th Century Terracottas: The Van Herck Collection, catalogo della mostra (Anversa, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten, 2000), a cura di Frans Baudouin e Claure Baisier, Bruzelles, Koning Boudewijnstichting (King Baudouin Foundation), 2000, pp. 86-89. ↩︎
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Alain Jacobs, Jacques Bergé, in Le baroque dévoilé: nouveau regard sur la sculpture à Bruxelles et en Belgique / Barok onthuld: nieuwe kijk op de beeldhouwkunst in Brussel en in België, catalogo della mostra (Bruxelles, Hotel de Ville, 2011), a cura di Francis Carrette, Denis Coekelberghs, Alain Jacobs, Emile Van Binnebeke, Bruxelles, 2011, pp. 135-140. ↩︎
-
La fototeca dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini conserva le immagini delle due sculture con l’indicazione “Collezione Vittorio Cini”, purtroppo prive di data. Ringrazio Loredana Pavanello e Monica Bassanello per le informazioni. ↩︎