SOMMARIO
La terracotta raffigura una figura femminile dal busto tagliato appena sotto il seno, volto ovale dai tratti idealizzati e capo interamente ricoperto da un’acconciatura aderente, chiusa da una treccia, da un fermaglio con perle e con alcuni boccoli che spuntano sulla fronte. Il busto è avvolto in una veste di pelliccia, indumento che si diffonde in Europa dopo la campagna napoleonica in Russia e subito dopo diffuso in Italia. Proprio l’abbigliamento, insieme all’acconciatura, permette di collocare la scultura nei primi decenni dell’Ottocento, forse in Lombardia, in un clima di forte classicismo, ma con un occhio aperto sulla produzione del francese Joseph Chinard. I tratti fisiognomici, per nulla connotati, hanno fatto dubitare che si tratti del ritratto di una donna realmente esistita, aprendo all’ipotesi di una figura allegorica.
SCHEDA DI CATALOGO
Descrizione e iconografia
La scultura in terracotta raffigura una figura
femminile, con il busto tagliato appena sotto il seno
e con un accenno di braccia che si intuiscono appena
sotto le spalle. Sul corpo della gentildonna si
innestano il collo, solido e frontale rispetto al
busto, e il volto ovale, con la bocca dalle labbra
carnose leggermente arricchiate e schiuse,
l’importante naso classico e gli occhi nella forma di
grandi mandorle con le rime pronunciate, privi di
pupille, ma marcati da una netta arcata
sopraccigliare. La testa è completamente ricoperta da
ciocche di capelli molto aderenti, marcate da solchi
leggeri di stecca, che si chiudono sulla nuca,
all’altezza del collo, e che sono valorizzate da una
doppia treccia che corre tutto attorno per dare
volume. Tra la treccia e la fronte, un’ampia fascia a
righe sottili chiude l’acconciatura ed è fermata sopra
l’orecchio destro con un fermaglio composto da sei
perle (fig. 1): forse una leggera
velina stretta sopra i capelli per contenerli, o forse
solo una fascia di capelli ben pettinati e tirati.
Sopra l’occhio e l’orecchio sinistro si gonfiano dei
boccoli che escono dall’acconciatura ordinatamente
scomposti, così come dietro l’orecchio destro, dove si
attorcigliano sinuosamente appena sotto il fermaglio
di perle.
Il busto è interamente ricoperto da una veste di
pelliccia con ampie ciocche ben leggibili nella
materia fittile e con un risvolto ancora più gonfio
tutto attorno al colletto e giù fino al petto, nella
parte centrale, in corrispondenza della chiusura della
veste sul petto.
Vicenda critica
L’unica discussione critica sulla scultura si lega alle brevi schede redatte da Andrea Bacchi in occasione prima della mostra milanese, poi del lascito da parte di Federico Zeri al museo bergamasco. Riscontrandone delle buone condizioni conservative, che ne permettono la lettura, lo studioso manifesta dubbi sul fatto che possa trattarsi del ritratto di una donna realmente esistita, perché i tratti fisiognomici idealizzati, e per nulla connotati, portano invece verso l’ipotesi che ella possa essere una raffigurazione allegorica1.
Più complessa risulta la questione relativa alla cronologia del pezzo, che oscilla di non pochi secoli. Una lettura potrebbe collocare il busto nel pieno Cinquecento, nell’ambito del plasticatore emiliano Antonio Begarelli, celebre per la sua impronta fortemente classicista nel solco di Raffaello e per le figure femminili dai volti tondeggianti, con occhi e nasi non dissimili da quelli della scultura qui sondata. Bacchi (sia 1989, che 2000) cita questa possibilità, ma senza darle troppo seguito2.
Sostiene, invece, con più vigore l’ipotesi che la terracotta sia stata modellata nei primi decenni dell’Ottocento da un ancora ignoto scultore di matrice classicista, “non necessariamente italiano”3, e motiva questa cronologia soprattutto sulla base dell’abbigliamento della gentildonna, in particolare per la presenza della veste di pelliccia, un indumento che cominciò a diffondersi in Europa tra i ceti più agiati dopo la conquista della Polonia da parte di Napoleone Bonaparte nel 1806.
Dopo le brevi schede di Bacchi, la scultura non ha beneficiato di studi ulteriori4.
Attribuzione e datazione
Nella difficoltà di analizzare ed attribuire un volto così sinteticamente idealizzato e declinato secondo le esigenze di una nuova ondata di classicismo che guardava alle statue antiche, sono proprio i dati della moda che permettono di stringere sulla datazione della scultura, meno sull’attribuzione.
La mantella di pelliccia è sicuramente un indizio per collocare la scultura almeno nel secondo decennio dell’Ottocento, proprio perché utilizzata a partire da quando le mogli dei marescialli impegnati nella campagna di Russia la adoperano per proteggersi dal freddo e poi progressivamente come moda diffusa in tutta Europa5. Non sono molti i ritratti femminili dell’inizio del secolo a mostrare questo indumento e spesso lo mostrano adagiato morbidamente sulle spalle delle donne, ma aperto sul davanti, per esporre candidi décolletés e leggere vesti sottostanti, come nel delicato busto ritratto di Dorothée de Sagan di Catherine-Caroline Cogniet da un modello di Pierre-Paul Prud’hon6 (fig. 2) oppure nel Ritratto di Elisabetta Ricasoli di Giuseppe Bezzuoli, tra 1825 e 18307 (fig. 3). È questa una testimonianza dell’uso di questi soprabiti guarniti o foderati di pelliccia, che presero il nome di witzchoura quando cominciarono ad essere conosciuti in Italia tra 1815 e 1820, dal momento che comparvero sulle pagine del Corriere delle Dame8, per poi divenire note con il nome di polonaise, in virtù della loro origine polacca e, infine, come pelisses, maggiormente diffuse in Italia tra 1822 e 18359.
Nel caso della scultura Zeri, invece, il capo è ben chiuso sul petto ed è quasi il vero protagonista della raffigurazione: non è da escludere che possa essere un’allegoria della stagione invernale e che facesse parte di un ciclo di quattro busti a rappresentare le quattro stagioni, così come era frequente in ambito lombardo nei primi decenni del secolo, per ornare palazzi all’esterno o all’interno, come più probabile per questo secondo, in terracotta, un materiale fragile e non adatto all’esposizione agli agenti atmosferici10.
Anche la pettinatura della donna aiuta nella collocazione cronologica della scultura e rimarca l’appartenenza ai primi decenni del XIX secolo. In quegli anni aveva cominciato ad essere di moda tra le gentildonne un’acconciatura che prevedeva che tutti i capelli fossero raccolti sulla testa senza creare troppo volume, così come invece era prassi durante la fine del secolo precedente, quando alte e ingombranti parrucche venivano utilizzate da uomini e donne per creare vere e proprie architetture decorate con perle, fiori e spilloni11. Con l’aprirsi del nuovo secolo la moda impose l’abbandono delle parrucche e l’utilizzo di acconciature più semplificate, con capelli raccolti stretti sulla testa e pochi boccoli scomposti ad incorniciare il volto12. Come testimoniato da dipinti coevi, come la tela che immortala Anna Maria Porro Lambertenghi di Andrea Appiani del 1811 (fig. 4)13, o piccoli rilievi in cera come quelli di Giovanni Antonio Santarelli14(fig. 5), era frequente che i capelli venissero trattenuti sulla testa da sottili fasce di tessuto, che lasciavano uscire alcune ciocche voluminose sulla fronte e davanti alle orecchie, oppure con fermagli di perle che decoravano le pettinature.
Capigliature come quella del busto fittile bergamasco si ritrovano, con varianti, anche nelle sculture di Joseph Chinard, artista lionese di chiara fama che si divise tra Francia e Italia, dove fu a Roma, all’Accademia di San Luca come scultore in terracotta e in marmo15. Di lui restano sculture monumentali, ma anche ritratti in medaglione e in busto, tra i quali merita di essere segnalato quello di Jeanne de l’Orme de l’Isle née Régny (fig. 6), datato 180216, oggi al Musée des Beaux-Arts di Lione, che raffigura una giovane donna con un’acconciatura non dissimile da quella della scultura Zeri, con una fascia (in questo caso decorata con ricami e perle) sulla fronte e le ciocche che scendono sul davanti, mentre i capelli sono stretti dietro la testa. In questo caso francese i ricci sono però molto più delicati e aderenti al volto, diversamente da quelli voluminosi e aggettanti della terracotta bergamasca.
Le due sculture condividono però anche il taglio del
busto, tipico dei ritratti fittili modellati da
Chinard, molti dei quali conservati nello stesso museo
lionese. La cosiddetta Antoinette Chinard (inv. B426),
i Portrait de femme (inv. B370 e B1018), ma
anche Alexis Antoine Régny (inv. 1948-37) e Xavier
Bichat (inv. B.1248) mostrano tutti la stessa
particolare forma di busto tagliato netto sotto il
petto e con le spalle ben rappresentate e chiuse a
metà del braccio, proprio come nella gentildonna con
pelliccia e come divenne prassi nei primi decenni
dell’Ottocento e particolarmente nel contesto milanese
dell’Accademia di Belle Arti di Brera, dove
gravitavano diversi artisti, una generazione di forte
impronta neoclassica che si mantenne tale per diversi
decenni17. Camillo Pacetti, Donato Carabelli, Benedetto
Cacciatori, Gaetano Monti, Luigi Acquisti, sono tutti
artisti che si muovono in questo clima di marcato
classicismo delle forme, di corpi e di volti, e che
producono busti con tagli non dissimili da quello
della raccolta Zeri18. Nei decenni successivi questo taglio del busto
verrà progressivamente abbandonato, per una forma a U
più regolare19, tanto da permettere di proporre per la terracotta
con pelliccia una datazione entro gli anni Trenta
dell’Ottocento.
Nell’impossibilità di trovare un nome al quale provare
ad attribuire la scultura, è cauto collocarne la
realizzazione in questo contesto permeato di un forte
classicismo, ma con un occhio attento anche alla
produzione di un artista francese come Chinard.
La possibilità lasciata aperta da Bacchi circa il legame con la produzione di Begarelli è da spiegare, invece, in seno al forte classicismo che sprigiona dai tratti idealizzati del busto fittile di Accademia Carrara. A confronto con alcune figure femminili che popolano i compianti e le deposizioni del coroplasta modenese, si ripetono certe forme del volto desunte dalla statuaria classica e, in una delle Marie piangenti del compianto della chiesa di Sant’Agostino (fig. 7), anche l’acconciatura con la treccia stretta attorno alla testa, in quel caso di chiara ascendenza dalla Trasfigurazione vaticana di Raffaello, nel caso bergamasco, invece, più semplificata e legata alle mode di inizio Ottocento.
PROVENIENZA
Provenienza e storia museale
Provenienza: praticamente nulla è noto sulla storia del pezzo prima dell’arrivo in collezione Zeri, tranne il fatto che lo storico dell’arte lo aveva acquistato sul mercato antiquario a Firenze.
Storia museale: Sale Ottocento (2000-2008); 2025-2026 esposto saltuariamente.
CONSERVAZIONE E RESTAURI
Stato di conservazione
In fase di redazione
Restauri
In fase di redazione
ESPOSIZIONI
Esposizioni
Il conoscitore d’arte. Sculture dal XV al XIX secolo della collezione di Federico Zeri, Milano, Museo Poldi Pezzoli, 10 marzo - 14 maggio 1989; Bergamo, Accademia Carrara, 3 giugno - 23 luglio 1989, cat. n. 28.
La donazione Federico Zeri. Cinquanta sculture per Bergamo, Bergamo, Palazzo della Ragione, 30 marzo - 25 giugno 2000, s.n.
Il capolavoro non esiste. L’universo Zeri dall’Accademia Carrara di Bergamo al presente, Bressanone, Museo Diocesano / Palazzo Vescovile, 13 maggio - 28 agosto 2011, cat. n. 35.
BIBLIOGRAFIA
Bibliografia
Andrea Bacchi, in Il conoscitore d’arte: Sculture dal XV al XIX secolo della collezione di Federico Zeri, catalogo della mostra (Milano, Museo Poldi Pezzoli, 10 marzo - 14 maggio 1989; Bergamo, Accademia Carrara, 3 giugno - 23 luglio 1989), a cura di Andrea Bacchi, Milano, Electa, 1989, pp. 70-71 cat. n. 28 [Scultore degli inizi del XIX secolo].
Italo Faldi, In famiglia. Le statue di Zeri, in «FMR», XIV, 70, aprile 1989, p. 70, 77 (ill.) [Scultore neoclassico].
Andrea Bacchi, Francesco Rossi, in La donazione Federico Zeri. Cinquanta sculture per Bergamo, catalogo della mostra (Bergamo, Palazzo della Ragione, 30 marzo - 25 giugno 2000), a cura di Andrea Bacchi, Francesco Rossi, Bergamo, Accademia Carrara di Belle Arti, 2000, pp. 82-83 [Scultore degli inizi del XIX secolo].
Il capolavoro non esiste. L’universo Zeri dall’Accademia Carrara di Bergamo al presente, catalogo della mostra (Bressanone, Museo Diocesano/Palazzo Vescovile, 13 maggio - 28 agosto 2011), a cura di Maria Cristina Rodeschini, Paola Tognon, Torino, Allemandi, 2011, p. 87 cat. n. 35 [Scultore degli inizi del XIX secolo].
NOTE
Note
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Andrea Bacchi, in Il conoscitore d’arte: Sculture dal XV al XIX secolo della collezione di Federico Zeri, catalogo della mostra (Milano, Museo Poldi Pezzoli, 10 marzo - 14 maggio 1989; Bergamo, Accademia Carrara, 3 giugno - 23 luglio 1989), a cura di Andrea Bacchi, Milano, Electa, 1989, p. 70, n. 28. ↩︎
-
Questo paragone con la coroplastica emiliana sarà approfondito più avanti in questa scheda. ↩︎
-
Andrea Bacchi, in La donazione Federico Zeri. Cinquanta sculture per Bergamo, catalogo della mostra (Bergamo, Palazzo della Ragione, 30 marzo - 25 giugno 2000), a cura di Andrea Bacchi, Francesco Rossi, Bergamo, Accademia Carrara di Belle Arti, 2000, p. 82. ↩︎
-
Compare brevemente in Il capolavoro non esiste. L’universo Zeri dall’Accademia Carrara di Bergamo al presente, catalogo della mostra (Bressanone, Museo Diocesano/Palazzo Vescovile, 13 maggio - 28 agosto 2011), a cura di Maria Cristina Rodeschini, Paola Tognon, Torino, Allemandi, 2011, p. 87, n. 35. ↩︎
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Andrea Bacchi (1989) ringrazia la storica della moda Grazietta Butazzi per le informazioni. Sulla storia delle pellicce si vedano: Elizabeth Ewing, Fur in Dress, London, Batsford, 1981 e Jonathan Faiers, Fur. A Sensitive History, New Haven, Yale University Press, 2020, ma soprattutto i capitoli del volume di Rosita Levi Pisetzky citati più avanti nelle note. ↩︎
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Il pastello è conservato presso la Reggia di Versailles (https://images.grandpalaisrmn.fr/ark:/36255/22-530773). ↩︎
-
Rosita Levi Pisetzky, Storia del costume in Italia. L’Ottocento (volume quinto), Milano, Istituto editoriale italiano, 1969, p. 134, fig. 57. ↩︎
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R. Levi Pisetzky, Storia del costume… cit. (nota 7), 1969, all’interno del capitolo Periodo neoclassico 1800-1821, pp. 51-108, in particolare p. 64. Il corrispettivo maschile è il soprabito bordato di pelliccia, che vediamo nel dipinto di Pelagio Palagi, Ritratto del conte Francesco Teodoro Arese, 1817, Proprietà privata, Milano, fig. 34, p. 90. ↩︎
-
R. Levi Pisetzky, Storia del costume… cit. (nota 7), 1969, all’interno del capitolo Periodo romantico-aristocratico 1822-1835, pp. 109-181, in particolare pp. 126-127 e 135-136. ↩︎
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Per le residenze lombarde della prima metà dell’Ottocento si veda la seconda parte (intitolata Atlante dei cantieri decorativi) di Fernando Mazzocca, Alessandro Morandotti, Enrico Colle, Milano Neoclassica, Milano, Longanesi, 2001. ↩︎
-
Sulle quali si veda Silvia Giacomoni, La splendida storia della parrucca, Milano, Mondadori, 1989. ↩︎
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R. Levi Pisetzky, Storia del costume… cit. (nota 7), 1969, pp. 66-68 sulle acconciature dei primi vent’anni dell’Ottocento, che cambiano poi tra 1822 e 1835 (pp. 137-138) in forme più alte e voluminose, per poi mutare ancora nel decennio successivo (pp. 213-216) con lunghi torchon di boccoli che scendono fino alle clavicole (come nel ritratto della Principessa di Sant’Antimo di Francesco Hayez del 1893 conservato presso il Museo Nazionale di San Martino, di Napoli – oggi all’interno del polo dei Musei del Vomero). ↩︎
-
1811-1813, conservata presso la Galleria d’Arte Moderna di Milano. In R. Levi Pisetzky, Storia del costume… cit. (nota 7), 1969, p. 69, fig. 24. ↩︎
-
Presso il Victoria & Albert Museum di Londra (inv. A.10-1961). Sull’artista anche Lucia Pirzio Biroli Stefanelli, Giovanni Antonio Santarelli: ritratti della famiglia Bonaparte nelle Collezioni comunali, in “Bollettino dei musei comunali di Roma”, 2, 1988, pp. 55-70 e Ritrattini in cera d’epoca neoclassica: la collezione Santarelli e un’appendice sulle cere antiche nel Museo Nazionale di Firenze, catalogo della mostra (Firenze, Museo Nazionale del Bargello, 1981), a cura di Mariarita Casarosa Guadagni, Emanuela Paribeni Rovai, Firenze, Centro Di, 1981. ↩︎
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Sullo scultore: Madeleine Rocher-Jauneau, L’Œuvre de Joseph Chinard (1755-1813) au musée des Beaux-Arts de Lyon, Lyon, Musée des Beaux-Arts de Lyon, 1978. ↩︎
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Che risponde al numero di inventario inv. 1948-38 e per il quale si veda la scheda del catalogo digitale con ricca bibliografia: ↩︎
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Antonio Musiari, La lunga stagione classica. Giuseppe Franchi, Camillo Pacetti, Pompeo Marchesi, in La città di Brera. Due secoli di scultura, a cura di Giovanni M. Accame, Claudio Cerritelli, Milano, Fabbri, 1995, pp. 2-31; Fernando Mazzocca, La scultura, in Milano Neoclassica cit. (nota 10), 2001, pp. 483-529; la prima sezione, dal titolo Il mito, l’eredità neoclassica e l’accademia, di 100 anni. Scultura a Milano 1815-1915, catalogo della mostra (Galleria d’Arte Moderna, Milano 2017), a cura di Omar Cucciniello, Alessandro Oldani, Paola Zatti tra Benedetto Cacciatori, Innocenzo Fraccaroli, pp. 76-99; Francesco Leone, La scultura tra Roma e Milano (sezione La gloria della scultura) in Eterno e visione. Roma e Milano capitali del Neoclassicismo, catalogo della mostra (Gallerie d’Italia, Milano, 2025-2026) a cura di Fernando Mazzocca, Milano, Skira, 2025, pp. 259-272. ↩︎
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Si veda il Fauno di Camillo Pacetti a Villa Carlotta (Fernando Mazzocca, Villa Sommariva poi Villa Carlotta, Tremezzo, in Milano Neoclassica cit. (nota 10), 2001, pp. 391-415, in particolare p. 400); su Cacciatori: Giorgio Zanchetti, Benedetto Cacciatori e il declino del classicismo accademico, in La città di Brera… cit. (nota 17), 1995, pp. 50-63; per Gaetano Monti si vedano i volti classici di Umiltà e Castità (1820, Milano San Satiro) in Fernando Mazzocca, La scultura, in Milano Neoclassica cit. (nota 10), 2001, p. 522, figg. 46-47. ↩︎
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In 100 anni… cit. (nota 17), 2017, pp. 150-159, schede nn. 35-39 per i busti scolpiti da Federico Gaetano Villa, Pasquale Miglioretti, Giosuè Argenti e altri. ↩︎